martedì 16 marzo 2010
Si chiama Link Popularity il numero di link in-bound (o back-link) presenti su altri siti verso quello in oggetto.
La popolarità da link (link popularity in inglese) è una misura dell'affidabilità dei contenuti di un sito web, che influisce notevolmente sulla visibilità online. Oggi i motori di ricerca premiano l'affidabilità di un sito innalzandolo ai primi posti nelle pagine di risposta.
Per i motori, infatti, il fatto che vi siano molti riferimenti ad un sito denota la sua importanza. Un alto numero di link fa ritenere che molti webmaster abbiano trovato interessante il sito e lo abbiano indicato ai propri utenti.
La popolarità da link è solo uno dei tanti parametri presi in considerazione da Google per decidere la posizione di una pagina. Pertanto una pagina con elevata popolarità non ottiene automaticamente una posizione migliore rispetto ad una pagina con popolarità più bassa.
Il PageRank utilizza la link popularity come fattore importante per il posizionamento di un sito.
La LP (spesso è semplicemente chiamata così) è uno dei principali parametri per un buon posizionamento per la maggior parte dei motori (ininfluente, invece, per le directory).
Importanza della Link Popularity del tuo sito web
Non soltanto per i motori di ricerca, ma per il sito stesso, è inutile averlo se nessuno sa che esiste. Aumentare la link popularity è uno dei compiti più difficili ma anche più importanti. I modi sono tantissimi, le idee infinite e diventano sempre più ogni giorno che passa.
Usato come fattore fondamentale nel PageRank di Google, la link popularity è l'arma più potente di tutti i motori di ricerca nell'arsenale di ranking dei siti indicizzati. Essenzialmente più siti hanno un link al tuo più i motori ti considerano importante e più possibilità hai di competere ai posti in testa ai risultati, e le tecniche di ottimizzazione on-page non garantiranno un posizionamento significante se non aiutati da un buon link popularity.
L'obiettivo dei motori di ricerca è quello di fornire ai loro utenti quei documenti che loro veramente cercano. E come fanno a distinguere tra la massa di pagine web disponibili on-line? Cercheranno quelle che la maggior parte dei siti con argomenti correlati propongono tramite i loro link. Il posizionamento di un sito in base alla sua link popularity neutralizza gli effetti negativi prodotti dallo spam e dalla manipolazione dei fattori on-page.
La popolarità di un sito è il numero totale dei altri siti che hanno un link verso di lui. Ma questo valore è solo metà di quello che conta. La link analysis, o analisi della link popularity, è il numero totale di inbound link qualitativi. Va quindi oltre al numero dei link, non è il totale assoluto che conta ma la loro qualità.
Aumento della LP
Realizzato il sito, è opportuno, però, che l’aumento della Link Popularity non sia troppo repentino. Per gli algoritmi di indicizzazione più accorti, infatti, un aumento troppo veloce sarebbe chiaro indice di ottimizzazione in corso. L’aumento, invece, deve essere graduale nel tempo e possibilmente costante.
Alcune considerazioni:
• anche se ogni link ha valore, quelli da pagine a tema sono di maggior contributo;
• link da siti con alto Page Rank, hanno più valore;
• link da pagine con buon contenuto di testo, sono preferibili;
• i link non devono provenire da siti penalizzati.
In rete sono facilmente identificabili con una ricerca, numerosi tool che consentono il conteggio dei link presenti su web.
Se il parametro in sé ha un significato, va considerato che la concordanza di temi tra due siti che si indicano aggiunge molto valore al link. In generale, in termini di costo/prestazioni, si ritiene di gran lunga preferibile avere cinque link da siti a tema, che 50 da siti completamente diversi dal nostro.
Troppi link provenienti da altrettanti siti con argomento diverso dal nostro, ma concorde tra loro, può spostare la classificazione del nostro sito, nella matrice che i motori di ricerca memorizzano.
Allo stesso modo, se tutti i link provengono da siti a tema, si potrebbe pensare ad una certa “forzatura”. Il motore di ricerca, infatti, dà maggior credito ad una crescita spontanea e naturale della link popularity.
Per il motivo sopra indicato, la crescita improvvisa della link popularity, soprattutto da valori bassi e con sito nuovo, può essere inteso come intensificazione dell’attività di posizionamento, cosa estremamente dannosa, ad oggi.
Il modo migliore per aumentare la link popularity in modo naturale è frequentare la blogosfera, partecipare ai forum, vivere il social networking e soprattutto fare un sito con risorse ed informazioni utili per i visitatori.
Eventi, manifestazioni, giochi a premio, documenti, manuali, schermi, ecc,
sono tutti sistemi per far aumentare in modo spontaneo la link popularity.
Quantità o qualità dei link
Con un sistema di analisi dei link è più facile filtrare gli spammer che attivano una moltitudine di pagine nei siti che offrono hosting gratuito e poi li linkano al loro sito principale. Nell'ultimo tempo i motori di ricerca non danno più valore alle pagine ospitate in aree gratuite. Cambiando quindi il valore della quantità con quella della qualità dei link, il risultato finale è sostanzialmente ponderato.
Non tutti i link hanno la stessa importanza. E' importante avere link da siti popolari con i stessi termini di ricerca. Pochi link da siti popolari del tuo settore valgono di più di molti link da siti meno popolari o siti che non trattano argomenti rilevanti per le keyword che ti interessano.
Se vuoi avere un buon posizionamento nei motori di ricerca che usano algoritmi di link analysis dovrai essere collegato con altri siti di buona reputazione nel tuo settore. Ovviamente dovrai tenere conto anche di tutte le tecniche di ottimizzazione on-page, usare le chiavi che stai mirando e avere contenuti rilevanti a queste parole.
Etichette: link popularity, marketing online, sito web, web marketing
domenica 28 febbraio 2010
Tutti o quasi conoscono Facebook, ma in pochi sanno come fare business usando Facebook. Come puoi utilizzare il social network più diffuso per promuovere il tuo sito o la tua attività, per incrementare i tuoi guadagni o il traffico verso il tuo blog, accrescere il numero di fan della tua community online?
Come utilizzare Facebook per fare business? Premesso che Facebook non è per tutti e che è comunque uno strumento complementare ad altri nella comunicazione e sopratutto nella relazione con il web sociale, Facebook mette a disposizione delle aziende diversi strumenti per entrare in relazione con la sua community, che in Italia vanta oltre 12 milioni di utenti.
In particolare il punto di partenza è il profilo pubblico, detto anche pagina, che è un po' l'equivalente del profilo personale per tutti i soggetti non personali. L'errore assolutamente da evitare è quello di aprire un profilo personale e intestarlo all'azienda, o all'attività economica, o all'associazione.
Cosa che tuttora succede abbastanza frequentemente ma che è una violazione dei termini del servizio di Facebook per cui può comportare la chiusura del profilo personale. Quindi dal profilo pubblico poi si possono fare tante altre cose, ci sono i gruppi, c'è la possibilità di fare campagne pubblicitarie...
Per chi ha un sito o un blog, Facebook può portare dei benefici sotto vari punti di vista.
Uno è quello della moltiplicazione della diffusione dei propri contenuti, perché ci sono utenti su Facebook che conoscono poco il mondo dei blog, o comunque il web in generale, perché magari hanno cominciato a navigare proprio da Facebook, quindi è un modo per entrare in relazione con un pubblico che si va ad aggiungere con quello che il sito o il blog ha già.
In più può essere un importante canale di ritorno per avere feedback, commenti e aumentare un po' la conversazione intorno al proprio sito o blog, che può avvalersi anche di un altro strumento di Facebook che è Facebook Connect, che permette di autenticarsi per commentare sul blog per esempio utilizzando le credenziali di Facebook, quindi senza doversi registrare una seconda volta.
Qual è il segreto per aumentare i fan sul proprio profilo pubblico? Quello di aumentare i fan è un obiettivo che chi ha un profilo pubblico dovrebbe porsi.
Però oltre a questo è più importante creare un coinvolgimento con i fan del proprio profilo e far sì che, tanti o pochi che siano, siano stimolati e invogliati spontaneamente a condividere le cose che leggono sul profilo pubblico, a pubblicare sul proprio profilo e farle conoscere ad altri amici.
In ogni caso all'inizio quando si apre un profilo pubblico che ha uno scopo in qualche modo commerciale o professionale, ci si può avvalere della parte pubblicitaria di Facebook, quindi aprire una piccola campagna pubblicitaria, che costa veramente pochi dollari, indirizzarla su un target molto profilato; perché Facebook permette di fare pubblicità utilizzando la profilazione degli utenti, quindi io posso far comparire il mio banner che invita gli utenti di Facebook a diventare fan del mio profilo, per una categoria ben precisa, posso ad esempio prendere i maschi, che abitano a Milano, che sono laureati e che hanno da trenta a quarant'anni.
Questa profilazione è possibile con Facebook e non è possibile con nessun altro strumento, quindi nell'ottica di creare una massa critica per il profilo pubblico può essere una leva da utilizzare.
Come si può comparare la pubblicità su Facebook con un altro canale molto diffuso che è quello di Google Adsense? Dal mio punto di vista una è la differenza sostanziale, ed è quella per cui Adsense contestualizza la pubblicità in base al testo della pagina dove va a posizionarsi.
Nel caso di Facebook invece l'annuncio va nelle pagine del profilo degli utenti che io ho selezionato. Quindi se su Google io compro delle parole chiave, su Facebook in realtà posso fare una campagna sia Cpm, quindi comprando impression, sia pay per click, quindi pagando soltanto i click degli utenti sul mio banner, identificando un profilo ben definito di utente: per sesso, posizione geografica, età, titolo di studio, orientamento sessuale e a questo posso aggiungere anche delle parole chiave che sono quelle che l'utente usa per descrivere il proprio profilo.
Quindi ad esempio se voglio colpire particolarmente gli utenti interessati alla toscana, posso aggiungere "toscana" o altre parole chiave relative nel mio annuncio e quindi far sì che il mio annuncio compaia soltanto con quegli utenti che hanno dichiarato di essere interessati alla toscana tra i loro interessi personali.
Quali contenuti pubblicare sul profilo pubblico di Facebook? Ci sono due scuole di pensiero. Una di quelli pigri e che hanno poche risorse, che è quella di utilizzare gli automatismi che permettono di pubblicare automaticamente contenuti presi ad esempio da un feed rss. Quindi io posso attraverso il feed rss del mio blog aggiornare automaticamente il mio profilo pubblico su Facebook, ogni volta che scrivo un nuovo articolo. Questo ovviamente è un modo per popolare di contenuti la pagina ma dà poco valore in termini di relazione.
Utilizzare sicuramente tutti contenuti che possono essere stati pubblicati altrove e che hanno un valore per chi può seguirci e quindi può identificarci in Facebook per le cose che facciamo, ma allo stesso tempo ha molto valore a mio avviso di utilizzare anche la possibilità data da Facebook di aggiungere manualmente dei link da segnalare.
Link che possono anche venire da altri siti, che magari si rifanno agli stessi argomenti che trattiamo nel nostro blog e quindi nella nostra pagina su Facebook, perché l'obiettivo che dovrebbe avere chi gestisce la pagina, e chi gestisce il blog normalmente è quello di dare valore, valore che non necessariamente si traduce nella pubblicazione di contenuti, ma anche nella segnalazione di contenuti prodotti da altri.
Etichette: facebook, marketing, marketing online, social network, social networking, web 2.0, web marketing
domenica 21 febbraio 2010
Il Posizionamento
Il termine “posizionamento” è stato introdotto nella corrente terminologia del marketing nel 1973, quando Al Ries e Jack Trout scrissero una serie di articoli intitolata “The Positioning Era” per la rivista Advertising Age. Il concetto principale su cui si basa il posizionamento è che, in un mercato altamente competitivo e maturo in cui “inventare” nuovi prodotti è praticamente impossibile, la nuova sfida è trovare una “posizione”, un“buco” nel mercato, o meglio nella mente del consumatore.
Secondo i due autori in una società “overcommunicated”, ridondante di messaggi come la nostra, l’unico modo di far arrivare, ed accettare, il proprio prodotto è quello di focalizzarsi su un preciso target a cui inviare un messaggio “ipersemplificato”, duraturo e soprattutto capace di adeguarsi e collegarsi alle esistenti esigenze delle persone:
“The basic approach of positioning is not to create something new and different, but to manipulate what’s already up there in the mind;to retie the connections that already exist”.
Tutto ciò non può essere fatto solo dalla pubblicità , che come affermano Ries e Trout, “è solo la punta dell’iceberg”, bensì richiede un processo più lungo e complesso: il posizionamento, appunto.
E l’unico modo per raggiungere il miglior posizionamento, ed un successo assicurato, è, per i due autori, arrivare per primi ad occupare “quella” posizione nella mente del consumatore.
Se negli anni ’50 predominava la ”era del prodotto” e la pubblicità ne doveva evidenziare le caratteristiche, la USP (Unique Selling Proposition), e, successivamente, nella “era dell’immagine”, al centro della comunicazione trovavamo la “brand image”, più importante delle caratteristiche stesse del prodotto, siamo adesso nella “era del positioning”, in cui l’impresa deve “creare una posizione nella mente del pubblico, una posizione che prende in considerazione non solo forze e debolezze dell’impresa stessa, ma anche quelle dei concorrenti”.
Il posizionamento, dunque, è l’elemento più importante e caratterizzante che, elaborato dalla strategia di marketing e di comunicazione, deve essere fatto proprio e trasmesso nella maniera più adeguata dalla pubblicità e dall’intero flusso di messaggi veicolato dal prodotto stesso.
E’ quindi, il posizionamento, un’area di assoluta competenza dell’impresa che, pur avvalendosi di agenzie o società di consulenza, deve sentire come perfettamente rispondente ai propri valori la scelta di posizionamento effettuata, su cui deve convergere il pieno consenso dell’intera organizzazione: solo così si riuscirà a trasmettere un’immagine precisa, coerente e costante. La costanza del posizionamento, infatti, è un fattore fondamentale per il successo, mentre cambiamenti frequenti della rappresentazione del prodotto o della marca possono essere altamente controproducenti, favorendo la percezione di un’identità confusa e volubile, dunque inaffidabile.
Per lo stesso motivo, qualora si decida di riposizionare il prodotto, sarà d’obbligo tenere presenti sia i posizionamenti pregressi che potranno essere migliorati, attualizzati, leggermente modificati, ma mai del tutto abbandonati, sia lo scenario dei posizionamenti della concorrenza: è infatti molto difficile occupare posizioni già presidiate da altri; si può riuscire al massimo a raggiungere una posizione di “me-too”, in cui è opportuno cercare di differenziarsi in qualche elemento del posizionamento costruendosi una propria identità ed un proprio spazio nell’ambito dell’universo simbolico del prodotto.
Da un punto di vista “tecnico” il posizionamento, come suggerisce Fabris, comporta due operazioni distinte:
1) L’individuazione dei target a cui rivolgersi, attraverso l’utilizzo di una mappa socioculturale, per determinare le possibilità di posizionamento piu adeguate.
2) La rappresentazione mentale della marca, definendo gli attributi e i significati caratterizzanti il prodotto; secondo la definizione di Fabris, infatti “posizionare significa attribuire alla marca delle caratteristiche uniche, indistinguibili, facilmente riconoscibili, persistenti nel tempo, rilevanti per il consumatore”. E’ necessario, cioè, dotare le marca, e il prodotto, di una vera e propria personalità, caratterizzata a livello simbolico da segni incisivi e precisi che ne ripropongano quelle differenziazioni che, a livello materiale, sono ormai sempre più difficili da trovare.
Un posizionamento forte, che riesca a conferire alla marca delle caratteristiche uniche e realmente distintive, permette di occupare una “posizione” difficilmente espugnabile dai competitors e duratura: il posizionamento ideale, infatti, può resistere per anni, basandosi su una personalità forte e riconoscibile per i consumatori, ma anche flessibile, riuscendo a rimanere al passo con i tempi attraverso un costante “upgrading” in cui, pur restando stabili i significati alla base dell’ identità, i significanti si adeguano alle nuove modalità comunicative in modo agile e sintetico.
Etichette: marekting strategico, marketing, posizionamento
Il retromarketing tribale
Sempre in ambito di marketing tribale, vi sono una serie di strategie, detti di retromarketing tribale, particolarmente incentrate sul concetto di temporalità e di autenticità.
In maniera completamente opposta al marketing orientato all’innovazione, il retromarketing tribale cerca addirittura di dissimulare i cambiamenti innovativi per cercare di diminuire il frustrante senso di sradicamento dell’uomo contemporaneo.
Come appena detto, l’accento in questo caso è posto sui concetti di autenticità e di arcaismo, tanto cari a certe tribù di consumatori, per accentuare i quali, il marketing si sforza di recuperare i dettagli significativi che recuperano un’altra epoca, perfezionando ed adattando alla nostra epoca prodotti e marchi che in origine sono stati veri e propri cult per i consumatori, cercando di conservare la capacità di costruire, sviluppare e mantenere il legame con persone e situazioni di un’altra epoca (pensiamo, ad esempio alla nuova Vespa, alla serie vintage dei jeans Levi’s o al Nuovo Maggiolino della Volkswagen).
Il marketing tribale
[…] con il passaggio dall’epoca moderna all’epoca “post-moderna”, nel comportamento di molti consumatori, si è assistito a un seppur parziale spostamento di interesse dal prodotto in sé per sé, ai legami ed alle identità sociali che i beni di consumo generano.
Molti sono stati i sociologi (ad esempio, Michel Maffessoli e Francesco Morace) che hanno messo in risalto come oggi, allo “sradicamento moderno”, in cui l’individuo è rimasto solo, libero e in balia di valori quali quelli della libertà, dell’innovazione e della globalizzazione, si accompagna, di contro, una sorta di “ri-radicamento post-moderno”, in cui il soggetto fa parte di una comunità,
“[…]condensazione istantanea, fragile sì, ma al tempo stesso oggetto di un forte investimento emozionale.”(Maffessoli, M., 2004, p.127)
Il legame che tiene in vita queste comunità ha fatto nascere nuovi valori che si oppongono a quelli dell’individualismo sfrenato: essi sono quelli dell’autenticità, della vicinanza e della localizzazione.
Insomma, dopo i primi quindici anni dalla nascita del concetto di post-modernità, in cui, tra le pagine dei sociologi, l’individuo ha fatto da protagonista indiscusso ed il contratto sociale ha soppiantato l’idea di comunità, negli anni ’90 alcuni sociologi hanno incominciato a parlare della comparsa di alcuni tentativi di ri-aggregazione sociale:
[..]
Ma queste comunità, pur avendo delle caratteristiche che le avvicinano ai raggruppamenti pre-moderni, non coincidono con essi; le cosiddette “tribù postmoderne” si vanno comunque ad inserire nell’ambito della società contemporanea, in cui il consumismo e diventato il motore della costruzione identitaria dell’individuo occidentale.
In tale nuovo contesto, il concetto di tribù cambia notevolmente. Non si tratta più di comunità legate dall’origine comune, né dalla religione, né da uno comune scopo. Quelle post-moderne sono comunità molto più effimere che si fanno e disfanno nel giro di pochissimo, legate, come sono, dal comune interesse del momento.
I membri di queste “neo-tribù post-moderne” non amano sottostare a regole troppo rigide e pesanti, non fanno parte di un ordine di una confraternita, di un’associazione o di un club, né nascono dall’operazione mentale di qualche agente esterno (non sono uno “stile di vita, una nicchia, o un segmento). Anzi, è molto difficile definire le caratteristiche dei componenti di queste neo-tribù, perché essi sono molto vari; i componenti stessi, spesso appartengono a più tribù contemporaneamente a seconda dei settori della vita quotidiana e dei loro personalissimi interessi.
Raggruppamenti emozionali di questo tipo sono sempre esistiti (si pensi ai mods o agli skinheads) […]
Oggi, ciò che riesce ad accomunare gli individui è proprio il fatto di consumare tutti la stessa cosa, insieme e nello stesso momento.
È questa la “strada concettuale” che ha portato il marketing ad interessarsi al vissuto quotidiano dei suoi consumatori al fine di riuscire, almeno in parte, a definire i momenti dell’interazione tra prodotti, servizi e clienti alla ricerca di una propria identità.
Il marketing tribale nasce in Europa, in contrapposizione al marketing one to one d’origine americana. Il suo principale teorizzatore è stato Bernard Cova che nel 2003 ha messo in evidenza come, nell’ottica Europea, e ancor più in quella mediterranea e latina, il consumismo attuale, invece di tuffarsi nelle onde sfrenate della personalizzazione, dell’individualismo e dell’innovazione, dà luogo a quel “ri-radicamento” di cui abbiamo appena parlato, attraverso la ricerca di comunità emozionali, legami sociali e radici comuni. All’individualismo ed al marketing one to one di tipo anglosassone, si oppone, così, la ricerca di legami sociali di tipo arcaico in seno a raggruppamenti che hanno sempre più le sembianze di tribù.
“Il marketing one to one usa la relazione come un mezzo per giungere ad uno scopo - cioè arrivare all’individuo - mentre il marketing di tipo tribale fa della relazione il vero scopo, e dell’emozione condivisa il mezzo per giungere a tale scopo.” (Cova, B.)
Il marketing tribale nasce (contrariamente a quello one to one) con l’obiettivo di mantenere e rinforzare (non tanto di creare) i legami fra i clienti, aiutandoli a condividere le loro passioni ed i loro interessi.
[…]
Nell’ambito di queste nuove tribù postmoderne, il prodotto non è la ragion d’essere, il motivo dell’unione fra i membri, che sono attratti gli uni agli altri più che altro da interessi comuni e dal piacere di condividere certe emozioni. In questo caso, il prodotto ha piuttosto una funzione che è paragonabile a quella del totem per le tribù primitive; esso funge da polo d’attrazione e da supporto per i loro “riti”.
Nel marketing tribale, ci spiega Bernard Cova, è fondamentale capire che non basta inserire della “comunitarietà” nell’immagine di marca o di prodotto (pratica che si è diffusa notevolmente dalla metà degli anni ’90), né che sia sufficiente creare delle banali comunità di marchio intorno al proprio brand (strategia adottata spessissimo nella costruzione della propria formula di webmarketing, inserendo la possibilità di creare forum e newsletters all’interno del proprio sito). Anche se dovessero andare in porto, queste strategie non producono neo-tribù, ma solo raggruppamenti di consumatori interessati ad un prodotto.
Nel loro approccio al marketing tribale, è bene che la maggior parte delle aziende capisca che la marca non può creare una tribù ex novo, la marca può solo rinforzarla, può lavorare in partnership con essa al fine di creare uno scambio reciproco.
Da ciò ne deriva che è necessario che un’operazione di marketing tribale degna di nota sia sempre supportata da una tribù effettiva, già esistente, che faccia da prova alla comunicazione aziendale circa il valore di legame della sua offerta.
“Il marketing tribale si sforza di sostenere il legame sociale fra soggetti uniti da una passione comune (la tribù).” (Cova, B.)
[…]
Il guerrilla marketing
Il termine guerrilla, nell’accezione più comune, nasce “in ambito militare per indicare un particolare tipo di lotta armata, condotta da unità irregolari, contro potenti eserciti regolari”.
Prima ancora di entrare a far parte del linguaggio del marketing, il termine guerrilla è stato adottato da vari gruppi, sia appartenenti al mondo dell’arte (guerrilla art), sia a quello dell’ideologia (comunicazione guerrilla), a loro volta, ispirati alla nota guerrilla urbana appena citata.
Per quanto riguarda la cosiddetta guerrilla communication, con questo termine si intende un particolare tipo di comunicazione messa in atto da alcuni piccoli gruppi, appartenenti al mondo della controcultura che utilizzano pratiche finalizzate ad attuare interventi sovversivi nell’ambito dei più comuni processi comunicativi. I metodi più comuni utilizzati in questo contesto sono : la divulgazione di falsi scoop; i travestimenti; azioni sovversive di vario tipo; l’inversione di senso di alcuni messaggi pubblicitari
[…]
La guerrilla art, invece, è quel tipo di arte che si esprime grazie ad un linguaggio sovversivo, provocatorio, dissonante legato sia alla cultura “alta” che a quella proveniente dal basso. Lo scopo principale di questo stile espressivo è quello di “mettere a nudo il sistema dell’arte con una continua provocazione e acuti detournament2”. La guerrilla art è un modo di fare arte alternativo ai tradizionali metodi di espressione, le cui origini possono essere rintracciate nelle avanguardie artistiche del XX secolo (futurismo e dadaismo, passando per movimenti come il fluxus e il situazionismo).
[…]
“Ma, come spesso accade, l’arte diventa tecnica e subito viene inglobata dal sistema economico-produttivo e Jay Conrad Levinson s’inventa il termine Guerrilla Marketing. Di lì in poi, paradossalmente, il termine Guerrilla Marketing (o Communication Guerrilla) inizia a subire tutta la superficialità ed il pressapochismo da cui le sue avanguardie volevano salvarci, confondendo distribuzione di campioncini con eventi creativi, marketing con critica sociale3.”
Forse i termini di questa ultima citazione sono pochi ortodossi per una tesi di laurea, ma essa descrive perfettamente ciò che è successo.
Il termine guerrilla entra a far parte del marketing grazie a Jay Conrad Levinson che dal 1989 al 2005, in soli sedici anni, ha scritto più di trenta volumi sulla pubblicità guerrilla e sul guerrilla marketing.
Come per la guerrilla art e la guerrilla communication, anche la pubblicità guerrilla nasce con l’intento di emergere tra miliardi di messaggi pubblicitari ed attirare l’attenzione del consumatore grazie al suo modo di agire e comunicare molto innovativo, solo che in questo caso lo scopo è il profitto.
Essa usa tecniche originali, non convenzionali, imprevedibili e fuori da ogni schema: “L’unica regola è non avere regole”
I media utilizzati spaziano dalle installazioni, a stickers appiccicati ovunque, agli stamps sui muri, a flyers particolarmente originali, fino ad arrivare alle scritte nei posti più impensati, come il fondo di un bicchiere, l’asse all’ingresso di un parcheggio. O la fronte di alcuni ragazzi incaricati di andare in giro per strada e farsi vedere dalla gente.
[…]
Ma non solo. Oltre ad inventare nuovi mezzi, la pubblicità guerrilla trova anche nuovi modi per utilizzare i vecchi. Ad esempio, a Tokyo, la Adidas ha utilizzato un cartellone pubblicitario raffigurante un campo di calcio per far giocare due veri calciatori, appesi ad una corda.
Dati i suoi bassi costi, il guerrilla marketing si presta bene per la comunicazione di brand e di prodotto delle piccole aziende che non hanno la possibilità di utilizzare grossi budget per grosse campagne sui media tradizionali. Ma viene abbondantemente utilizzato anche dai megabrand e dalle multinazionali che utilizzano questo metodo per lo più per aumentare la visibilità del marchio.
[…]
Il simplicity marketing
Steve Cristal1, nel 2002, proporrà un'ulteriore formula di marketing che cerca di sopperire al fatto che oggi la gente ha poco tempo per ascoltare ed acquistare e, di contro, i messaggi pubblicitari, i prodotti e le offerte sono troppi e spesso troppo complessi.
“Make it simple” è lo slogan del simplicity marketing, volto alla semplicità a 360 gradi: dal prodotto al packaging, alla pubblicità, all’acquisto.
Questa teoria si basa sull’assunto che per i consumatori di oggi, consumare sia diventato più un problema che un piacere e quindi che sia necessario escogitare delle soluzioni che rendano più semplice questa pratica.
Il concetto della semplicità non è nuovo, molte aziende che producono beni per anziani o bambini si sono sempre sforzate di adottare formule di vendita che risultassero semplici per il cliente.
Il problema è che oggi, bombardati da migliaia di informazioni al giorno, siamo tutti ad essere frastornati e (secondo Cristol) ci ricordiamo solo di chi è effettivamente sintetico, chiaro e coerente (se non addirittura unbranded). Questo disagio spiegherebbe il successo della moda minimal, sia nell’arredamento che in molti altri settori del consumo.
[…]
Negli ultimi anni, la strategia del puntare alla semplicità è stata usata largamente anche nel marketing iconico-visivo. Molti operatori di marketing hanno notato che l’innumerevole quantità di testi che ci circondano ogni giorno, tra quotidiani, riviste, libri e documenti web, creano una certa “verbofobia” nel consumatore che tende così a prestare sempre meno attenzione verso la parola scritta. Per questi marketer, i simboli ed i loghi dovrebbero perciò avere un maggiore appeal sul destinatario della loro comunicazione (si pensi al baffo o “swoosh” della Nike). In tale cotesto, un numero sempre crescente di marche preferiscono così affidarsi ad una visual identità semplice e pulita, basata sempre più su simboli di immediato riconoscimento, “globali”, che puntino sulle emozioni più che sul ragionamento. […]